Dopo quattro giorni consecutivi di sciopero della fame e della sete da parte di 10 degli 11 volontari umanitari «arbitrariamente detenuti in Libia», le loro condizioni di salute «stanno peggiorando rapidamente». A denunciarlo è la Global Sumud Flotilla che lancia un appello urgente visto che il rifiuto del cibo e dell’acqua «può avere conseguenze rapidamente fatali». Il timore è che «senza un intervento immediato, questa crisi umanitaria rischia di trasformarsi in una tragedia». Per questo Flotilla chiede «con urgenza l’immediato accesso di osservatori medici indipendenti, di rappresentanti consolari internazionali e il rilascio immediato di tutti gli 11 volontari detenuti». Il duro sciopero dei volontari è proprio per protestare contro la loro detenzione illegittima, il diniego di assistenza legale, il prolungamento della detenzione e i maltrattamenti subiti, viene spiegato. Secondo la Flotilla ieri ci sono stati diversi episodi di svenimento che hanno colpito soprattutto le delegate donne. Ma nonostante ciò le autorità libiche continuano «a negare qualsiasi monitoraggio medico indipendente».
Il convoglio di terra era partito il 15 maggio, con un carico di aiuti, diretto Gaza e con oltre 200 partecipanti da più di 25 paesi, ma la crisi è iniziata il 24 maggio, quando una delegazione composta da dieci membri si è avvicinata a Sirte per discutere con le autorità libiche un passaggio sicuro dello stesso convoglio ma è stata «caricata con la forza su furgoni senza contrassegni e fatta sparire». Ai dieci delegati, tra i quali due italiani, Leonarda Alberizia e Domenico Centrone, si aggiunge Mehdi Bouzguenda, volontario tecnico tunisino di 24 anni, arrestato il 19 maggio mentre rientrava nel proprio Paese. Un altro appello per il rientro dei volontari umanitari è stato lanciato dal console generale d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo, il quale ha chiesto di poter nuovamente visitare i connazionali, che dopo le richieste delle autorità italiane hanno ottenuto un miglioramento delle loro condizioni di detenzione ma lamentano la sofferenza di una detenzione prolungata. Giovedì Alberizia e Centrone hanno potuto parlare con le famiglie e per loro martedì 9 giugno è prevista una nuova udienza.
E sul caso degli attivisti della Flotilla si muovono anche altri Paesi. La ministra degli Esteri australiana Penny Wong dà credito ai connazionali partecipanti alla Flotilla per Gaza che hanno presentato un esposto alla International Criminal Court, denunciando abusi e maltrattamenti dopo essere stati detenuti in Israele il 18 maggio. A Parigi, poi, è stata aperta un’inchiesta per torture e crimini di guerra sul modo in cui alcuni francesi della Flotilla sono stati trattati dalle autorità israeliane. E sempre per protestare contro Israele, lunedì a Roma davanti all’Università di Tor Vergata si svolgerà un presidio promosso da 'Cambiare rottà in solidarietà con il palestinese Mahmoud Al-Najjar, lo studente che doveva arrivare in Italia nei giorni scorsi per continuare il suo progetto di ricerca ma è stato arrestato in Israele con l’accusa di terrorismo.
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Il sindaco di Bari Vito Leccese esprime forte preoccupazione per la situazione di Domenico Centrone, il cittadino pugliese trattenuto in Libia insieme agli altri componenti della missione umanitaria Global Sumud diretta a Gaza, tra cui Dina Alberizia, di origini foggiane, e altri attivisti.
«Seguiamo con apprensione gli sviluppi di questa vicenda che coinvolge cittadini italiani e che sta generando comprensibile preoccupazione tra i loro familiari e nelle comunità pugliesi di appartenenza. Confidiamo nel lavoro delle autorità italiane, del Ministero degli Affari Esteri e della rete diplomatica affinché siano garantite tutte le tutele previste dal diritto internazionale e siano attivate, con la massima tempestività, tutte le iniziative diplomatiche e istituzionali necessarie. In questo momento vengono prima di tutto la vita delle persone e il rispetto dei loro diritti fondamentali. Auspichiamo che Domenico Centrone, Dina Alberizia e tutti gli attivisti coinvolti possano essere liberati quanto prima e fare ritorno in sicurezza alle proprie famiglie e nel nostro Paese».
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