L’ex amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, è in cella a Orvieto per scontare la condanna a cinque per la strage di Viareggio del 2009. Ma in un carcere di Roma si è costituito ieri anche l’ex amministratore delegato di Rfi, il pugliese Michele Mario Elia, che deve scontare la pena di 4 anni, 2 mesi e 20 giorni resa definitiva giovedì sera dalla Cassazione insieme a quella di tutti gli altri imputati.
Moretti ha 72 anni. Elia, di Castellana Grotte, ne compirà 80 a ottobre. Teoricamente avrebbero entrambi diritto di scontare la pena ai domiciliari, ma nella pratica le regole dell’ordinamento carcerario prevedono per tutti l’ordine di esecuzione in carcere: è il Tribunale di sorveglianza a concedere la detenzione domiciliare, ed è un procedimento che dura molti mesi. Stesso discorso per le misure alternative che spettano quando la pena scende so
ROMA, 26 GIU - Resta convinto di essere in carcere da innocente e di aver svolto con correttezza il proprio lavoro, ma ha accettato con apparente serenità la sentenza di condanna. L’ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, è in cella. «Non posso fare altrimenti, accetto la decisione dei giudici. Rispetto lo Stato», ha detto ai suoi amici poco prima di costituirsi nel carcere umbro di Orvieto. La Cassazione ha appena confermato per lui , scrivendo così l’ultima pagina di una delle più gravi tragedie ferroviarie avvenute in Italia negli ultimi decenni, in cui morirono 32 persone e oltre cento rimasero ferite per il deragliamento e l’esplosione di un convoglio merci carico di gpl.
Moretti è ora recluso assieme ad altri detenuti, molti dei quali lo avrebbero accolto manifestandogli la loro solidarietà, e avrebbe anche espresso apprezzamento per l’organizzazione del penitenziario di Orvieto: la scelta di costituirsi in quel carcere sarebbe dettata proprio dalla reputazione dell’istituto. La Cassazione ha ridotto la pena nella misura di un nono infrangendo la prime speranze dell’ex manager di evitare almeno la detenzione, che invece non sarebbe arrivata se i giudici avessero considerato la pienezza delle attenuanti generiche, ovvero lo sconto di un terzo della pena. «Lui è una persona consapevole di quello che bisogna fare e di una decisione, quella dei giudici, che va rispettata», ha spiegato la sua avvocata, Ambra Giovene, la quale nelle ultime ore ha anche parlato di «sentenza profondamente ingiusta». Di sicuro è stato uno dei procedimenti giudiziari più lunghi e complessi della storia recente del Paese, sviluppatosi attraverso diversi gradi di giudizio e rinvii disposti dalla stessa Suprema Corte. Al centro del dibattito, dopo la condanna, sono finite le accuse che di fatto hanno portato l’ex manager alla condanna: fin dai precedenti verdetti secondo i giudici lui avrebbe dovuto derogare alle norme vigenti europee, perché non consentivano il presidio della rete ferroviaria, ma - spiega Giovene - si tratta di una responsabilità indiretta. Mentre quella diretta ce l’ha chi aveva il dovere di controllare, ovvero i proprietari del carro, tedeschi e francesi, già condannati». Proprio in virtù di quel passaggio sul ‘dovere di derogare quelle leggì, da anni Moretti ripete a chi lo conosce: «in virtù di ciò che mi viene contestato, dovevo quindi commettere un illecito per salvarmi?». L’ex amministratore delegato si sarebbe spesso detto che la norma al massimo andava messa in discussione dallo Stato, anche perché contravvenire avrebbe rappresentato un’infrazione alle regole europee.
Sul fronte opposto, i familiari delle vittime della strage esultano «per avere avuto giustizia e la verità emersa dopo diciassette lunghissimi anni». Un superstite, Marco Piagentini, che perse la moglie Stefania e i due figli Luca e Lorenzo, pur ringraziando le istituzioni dice: «Quello che abbiamo perso non ce lo restituirà mai nessuno».
Sulla vicenda è intervenuto anche il senatore di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, anche capogruppo in commissione Giustizia di palazzo Madama: «Ha ragione chi ricorda in questo momento le eccellenti qualità di Moretti come manager. Ma la cosa che davvero mi colpisce è un’altra: la sentenza che lo priva della sua libertà sposta verso il vertice dei grandi gruppi il perimetro della responsabilità penale, lungo un confine, tra chi dirige un gruppo e chi ne gestisce in concreto i rischi, molto incerto. E in materia penale l’incertezza su cosa si sarebbe dovuto fare è, di per sé, un problema - sottolinea - . Il garantismo qui non è un favore a Moretti: è una garanzia per tutti».
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