Professor Nicola Rossi, economista, l’Istat certifica, per il 2025, una crescita del Sud superiore alle altre parti d’Italia. È il puro effetto trainante della spesa pubblica, cioè del Pnrr? O c’è altro?
«Ho l’impressione che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza abbia contribuito non poco a questo risultato. Il volume di investimenti previsti dal Piano ha probabilmente trovato nel Mezzogiorno meno “colli di bottiglia”. Ma non credo che sia stato l’unico fattore».
Proviamo a indovinarne un altro: la Zes unica?
«Appunto, la mia sensazione è che la Zes unica abbia determinato una modifica sostanziale delle politiche regionali. In questo senso non si confonda la Zes unica con le tante Zes presenti fino a tutto il 2023. Queste ultime erano ancora figlie della logica distorta delle politiche regionali precedenti. Con la Zes unica si stabilisce il principio che solo gli imprenditori sanno come e dove è opportuno investire e si offre loro una infrastruttura burocratica ridotta all’essenziale ed un carico fiscale contenuto. Penso che questo cambio di rotta abbia comportato effetti che - se la Zes unica continuerà ad essere l’architrave delle politiche regionali - sono destinati a perdurare nel tempo. E francamente non mi è chiaro perché la componente burocratica della Zes unica non debba essere estesa all’intero Paese».
Ma perché, come rileva la Svimez, la crescita non ha fermato la fuga dei giovani?
«Quella che chiamiamo “la fuga dei giovani” è una delle poche modalità con cui diventa possibile ripristinare l’equilibrio in un mercato del lavoro chiaramente diversificato a livello circoscrizionale ma a cui pretendiamo di imporre regole uniformi per il tramite del contratto collettivo nazionale. Possiamo chiudere gli occhi davanti alla realtà ma questa rimane quella che è. Piuttosto che lamentarci per “la fuga dei giovani” dovremmo chiedere a gran voce che i giovani meridionali trovino nel Centro-Nord condizioni di vita - abitative, in particolare - adeguate».
Adesso, però, il Pnrr si avvia a conclusione: abbiamo, per così dire, già visto tutto quello che c’era da vedere, con il rischio ora di tornare indietro, o sono state poste le basi per continuare a crescere?
«Questa è la domanda principale che il paese - e non solo il Mezzogiorno - dovrebbe porsi oggi. I due terzi degli investimenti previsti dal Pnrr sono finanziati a debito. Se il Pnrr non avesse effetti nel medio-lungo periodo ci troveremmo a dover restituire un debito senza poter fare conto sulle risorse aggiuntive derivanti da quegli stessi investimenti. Allo stato attuale non manca qualche indicazione positiva ma forse è troppo presto per trarre conclusioni anche perché l’efficacia di alcune delle riforme previste dal Pnrr è ancora lungi dall’essere dimostrata. Valga per tutti l’esempio delle semplificazioni: centinaia di interventi di diversa portata di cui però, ad oggi, si fa fatica ad intravedere le concrete ricadute».
C’è anche un altro punto critico. Gli effetti della guerra in Iran, dai rincari di carburanti e materiali plastici alla limitazione dell’export. Quanto ha impattato, secondo lei, sul processo di crescita?
«Ho l’impressione che il tessuto produttivo del Centro-Nord abbia, nel complesso, risentito di questi eventi in misura superiore a quanto non sia accaduto nel Mezzogiorno. Più che il singolo evento, è il protrarsi di una situazione di incertezza a fare la differenza. Nel Centro-Nord come nel Sud. E temo che dovremo conviverci ancora per qualche tempo».
Tutto ciò premesso, premesso, di cosa avrebbe bisogno il Sud in questa nuova fase?
«Penso che sarebbe molto importante chiarire che la Zes unica è e resterà, come dicevo, l’architrave delle politiche regionali prossime venture e penso che sarebbe molto importante, sotto questo profilo, concentrare sulla Zes unica tutte le risorse disponibili. Penso, inoltre, che dal punto di vista del Mezzogiorno ci si dovrebbe augurare che alcune scelte presenti nel nuovo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione Europea vengano mantenute. Mi riferisco alla fusione delle politiche agricole e delle politiche di coesione e, soprattutto, alla applicazione alle politiche di coesione di alcuni dei principi – in primo luogo, la riconsiderazione del ruolo delle Regioni e la natura performance-based dei programmi - che hanno permesso al Pnrr di funzionare».
Infine, la Puglia che attraversa una fase particolare: da un lato le tribolazioni industriali (ex Ilva, Natuzzi) dall’altro le sfide del futuro, a cominciare dalla grande partita dei data center. Si rischia di rimanere bloccati in mezzo al guado?
«Le rispondo con una domanda: è preferibile utilizzare fondi pubblici per il salvataggio di una realtà imprenditoriale operante in un comparto maturo, ripetutamente oggetto in passato di finanziamenti pubblici e le cui prospettive future sono tutte da dimostrare, o piuttosto concentrare l’attenzione sugli strumenti finanziari per l’ecosistema dell’innovazione in Puglia che sono purtroppo ancora distanti da quelle che sono le “migliori pratiche” nazionali? Non si tratta di rimanere in mezzo al guado. Si tratta di capire se la politica regionale è schiava del passato o è capace di immaginare il futuro. So già che la risposta sarà che si può, anzi si deve, fare l’una cosa e l’altra. Ma non è così: sono due visioni del mondo. E sono, con ogni probabilità, inconciliabili. Se la politica è, prima di ogni altra cosa, scegliere, questa è una buona occasione».
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