Molti migranti raccontano di essere stati prelevati dai centri di detenzione negli Stati Uniti senza sapere che sarebbero stati portati nella Repubblica Centrafricana. Ora, a Bangui, lamentano condizioni di vita difficili, mancanza di documenti e preoccupazioni per la loro sicurezza. Queste sono le storie raccolte da Estefano Tamburrini per Il Fatto Quotidiano, riguardanti alcuni migranti espulsi dagli USA verso il continente africano.
Uno di loro è Yasmany Noel Moreno de Armas, un cubano di 32 anni, che era arrivato in Florida dieci anni fa, poco prima che venisse abolita la politica Wet feet, dry feet, che dal 1995 facilitava l'ottenimento della humanitarian parole per i cittadini cubani. Negli Stati Uniti aveva avviato una piccola impresa di trasporti con quattro dipendenti, ma, secondo le autorità federali citate nell'articolo, non aveva uno status migratorio regolare.
Nel maggio 2025, a West Palm Beach, Moreno è stato fermato dall'Immigration and Customs Enforcement, l'Ice, mentre usciva da un hotel con alcuni amici. Racconta che quello che sembrava un controllo di routine si è concluso con il suo trasferimento in un centro di detenzione. Gli agenti, sostiene, avevano sollevato dubbi sulla sua identità, contestando la corrispondenza delle impronte digitali. Moreno afferma di aver fornito le prove necessarie per chiarire la sua situazione, ma di essere rimasto detenuto per un anno.
Il 1º agosto è arrivato a Bangui, dopo uno scalo a Dakar, in Senegal. «Non ci hanno informato del trasferimento», riferisce, aggiungendo che all'arrivo non sono stati consegnati documenti, visti o permessi di lavoro. Attraverso il suo avvocato ha impugnato il provvedimento di espulsione davanti alla Corte d'appello federale del Decimo circuito, mentre attende di poter beneficiare del Cuban Adjustment Act. Tornare all'Avana, da dove era partito in gommone, per lui non è un'opzione.
Moreno è preoccupato anche per l'isolamento e la sicurezza: racconta di non conoscere la lingua, di non avere una rete di supporto e di ricevere minacce, anche sui social. Secondo il quotidiano, oltre sessanta migranti provenienti da Paesi terzi, tra cui Cuba, Ecuador e Honduras, sono stati trasferiti nella Repubblica Centrafricana nell'ambito di un accordo tra Washington e Bangui del valore superiore a 80 milioni di dollari. L'articolo descrive un Paese segnato dalla guerra civile, riferendo che l'80 per cento del territorio sarebbe controllato da guerriglie e gruppi ribelli. Riporta inoltre un'allerta di viaggio di livello 4 del Dipartimento di Stato americano, con l'indicazione ai cittadini statunitensi di non recarsi nel Paese.
Un'altra testimonianza è quella di Daniel Lázaro Fuentes, una donna transgender cubana di 31 anni, che racconta di temere persino di uscire dall'appartamento in cui si trova. «Ho dovuto tagliare i capelli e indossare abiti larghi, anche due T-shirt alla volta», spiega. Per paura di essere riconosciuta come persona transgender, dice di dover modificare anche il tono della voce. L'articolo richiama rapporti dell'Onu e di Outright International secondo cui, pur non essendo esplicitamente vietata la diversità di genere, le persone Lgbtq+ nella Repubblica Centrafricana subiscono discriminazioni, persecuzioni e violenze, comprese torture e trattamenti degradanti.
Anche Fuentes sostiene di non aver ricevuto informazioni prima della partenza: «Ce l'hanno detto in volo». Racconta lo sconcerto dei passeggeri e afferma che, dovendo essere espulsa, avrebbe preferito essere rimandata a Cuba. La sua testimonianza si aggiunge alle contestazioni sulle modalità dei trasferimenti e sul rispetto delle garanzie procedurali riportate dal quotidiano.
Sullo stesso volo viaggiava Brayan Omar Sánchez Severllón, un honduregno di 31 anni. A Miami lavorava come camionista, dopo essere fuggito da Tegucigalpa a causa delle minacce di alcune gang. L'Ice lo ha fermato il 12 maggio mentre si recava al lavoro. Sánchez contesta la legittimità del trasferimento a Bangui, sostenendo che sia avvenuto senza il suo consenso e senza l'autorizzazione di un giudice. Racconta che inizialmente gli era stata prospettata l'espulsione in Messico, contro la quale aveva presentato ricorso.
Ora denuncia la carenza di servizi essenziali e assistenza sanitaria. A suo dire manca acqua pulita e alcuni dei migranti trasferiti manifestano allergie e altri sintomi. Riferisce inoltre che, alle loro proteste, le autorità locali avrebbero risposto: «Abituatevi, questa è l'Africa».
Aristide Fernández, un cubano di 37 anni, racconta invece di essere stato detenuto dall'Ice nonostante disponesse di un permesso di lavoro con scadenza nel 2030. Descrive la situazione a Bangui come una condizione di confinamento: «Siamo in un edificio protetto, sotto sorveglianza; senza documenti, né libertà di movimento».
Alle difficoltà quotidiane si aggiungono, secondo il reportage, interruzioni dell'elettricità che durano dalle tre alle otto ore al giorno. I blackout compromettono le comunicazioni e fermano anche i sistemi di pompaggio dell'acqua. Le persone intervistate continuano comunque a documentare le condizioni in cui vivono e a contestare le modalità delle espulsioni.
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