Un tempo c’era nei vicoli il profumo del sugo appena fatto: i tempi cambiano e non possiamo vivere di nostalgia. Ora gli olezzi resistono eccome, la tomato souce piace ad ogni latitudine e orde di turisti cenano o fanno spuntini laddove un tempo c’era sicuramente meno luce, meno english, ma più autenticità.
Non cadiamo nell’ingenuità: il problema dell’overtourism è globale, internazionale, passa dalle «sgagliozze» di Bari Vecchia ai ciliegi in fiore del Giappone; s’inerpica tra le rocce delle Alpi ormai assetate per insinuarsi tra i centurioni romani che danno pacche sulle spalle ai cinesi. Il mondo va così ovunque e persino il turista delle lontane isole Lofoten, partito in cerca di aurore boreali, sa di finire intruppato in una catena umana internazionale.
Ma sì, evviva il fenomeno di girare il mondo. Crea conoscenza, crea interesse e fa venir fuori, ad esempio, un nome come Bari che in passato era legato esclusivamente ai traghetti per la Grecia.
Il problema non è però uno solo. Si perde identità e questo lo ripetiamo da tempo: è gravissimo, dovremmo imparare dai piccoli paesi spagnoli, dai portoghesi dell’interno, da tutti quei luoghi in cui la forte tradizione si è incanalata nel turismo, perdendo molto meno di noi la vera faccia. Intere sessioni di convegni affrontano questi temi divenuti ormai obsoleti, mentre il mondo global va avanti. E dove? Nei nostri centri storici pugliesi, dove s’intavola al fianco della Basilica di San Nicola di Bari, dove è difficile ormai camminare facendo lo slalom tra cartelli «Mozzarellas», «Burratines» e l’orda di pantaloncini e ciabatte in giro sotto il sole. Libere attività commerciali, ci mancherebbe, ma il rispetto di qualche regola non sarebbe male, anche per donare ai turisti un po’ di quel sapore vero nostrano: la passeggiata tra le chianche, le voci dei vicoli, i sapori sì, ma pure la storia ben tutelata e ben raccontata, senza che l’abbandono prenda piede. E cioè: ben vengano i tavolini regolamentati negli spazi giusti, ma ben venga pure la tutela di ciò che di più antico abbiamo. E invece: porte di B&B che creano discontinuità (dall’anticorodal al rosso laccato!), radici nei muri e nelle muraglie, castelli in abbandono, fine di ogni tentativo di rendere bello non solo il commerciale e la proprietà privata, ma pure ciò che deriva dai popoli millenari che ci hanno donato tanto fascino.
Le associazioni, i barivecchiani rimasti, gli storici dell’arte, da tempo hanno il fenomeno sotto il naso e protestano inutilmente. Tutto si ripete: ricordate il grido del grande Cesare Brandi nel suo Pellegrino di Puglia? Un pamphlet contro il cemento, l’abbandono e il deturpare le origini, che è rimasto ancora inascoltato.
Postano foto e denunciano il caos tutti gli amanti e i residenti dei centri storici. Lo fa ad esempio, tra gli altri, Gaetano Rossini, che ogni giorno fotografa Bari Vecchia all’alba e poi la riprende colma di caos. Lo fanno i soci dell’associazione «Custodi della Bellezza», con Michele Cassano; lo fa l’Aps «Martinus» di Bari, associazione impegnata nella tutela, recupero e valorizzazione del patrimonio e da tempo impegnata nel restauro e rifunzionalizzazione della millenaria chiesa di San Martino. «Bari Vecchia appare sempre più schiacciata dagli effetti di un overtourism privo di adeguati controlli e di una visione capace di conciliare sviluppo economico e tutela del patrimonio. Vicoli, piazze e corti storiche risultano spesso occupati da sporcizia e da un proliferare incontrollato di tavolini, dehors e strutture commerciali che invadono spazi pubblici e aree monumentali, alterando il decoro urbano e limitando la fruizione dei beni culturali, come nel caso della chiesa di San Gregorio in piazzetta 62 Marinai, a pochi passi dalla basilica di San Nicola». L’associazione ha scritto alla Soprintendenza, ha denunciato, ma nulla!
E poi le edicole votive: che degrado. Tra queste, spiccano quelle preziose del pittore barese Michele Montrone. «Le icone sacre di Bari Vecchia rappresentano un museo diffuso a cielo aperto che racconta secoli di fede, tradizioni e identità popolare - spiega lo scrittore e cultore di storia e arte popolare Nicola Cortone -. Vederle deteriorarsi nell’indifferenza generale significa perdere una parte fondamentale della memoria storica della città».
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