Da una parte il muro alzato dalle grandi aziende di trasformazione, intenzionate a non superare l’attuale soglia di 51 centesimi al litro. Dall’altra, le associazioni agricole furibonde per una «fumata nera» che non rivede al rialzo i prezzi pugliesi dopo che il Nord li ha recentemente aumentati. Nel mezzo, una trattativa che non si è estinta con il tavolo regionale di ieri pomeriggio ma che è destinata a riprendere a strettissimo giro per vie formali e informali. Chi continua a tessere la tela è l’assessore regionale Francesco Paolicelli che non getta la spugna e rilancia: «Attraversiamo una fase particolare in cui si produce poco e si vende molto. È necessario uno sforzo da parte dei trasformatori. La Puglia aveva fissato un prezzo superiore di quattro punti a quello del Nord e più alto rispetto alle altre regioni meridionali. Ora l’importante è che non si torni indietro».
Il meccanismo è noto: il Nord fissa - al tavolo ministeriale - il costo che i trasformatori pagano ai produttori e, poi, al Sud la stessa cifra è rivista al rialzo in virtù dei maggiori costi di produzione sostenuti a queste latitudini. Qui l’elemento distintivo è certamente la maggiore qualità del prodotto ma i volumi sono nettamente inferiori: una stalla produce nel Tacco circa 15 quintali di latte al giorno, le mega-produzioni padane arrivano anche a 500. Un abisso. Ognuno, insomma, fa il suo: c’è chi guadagna dalla quantità e chi invece da una azione mirata legata all’eccellenza della materia prima.
Prima delle ultime trattative lo scarto era, come detto, di quattro punti con i 51 centesimi pugliesi a fronte dei 47 settentrionali. Ma il recente incontro al Masaf ha disegnato per il Nord un aumento progressivo a scaglioni con vista sul prossimo semestre: 48 centesimi per luglio e agosto, 49 per settembre e ottobre, 50 per gli ultimi due mesi dell’anno. L’incontro pugliese aveva dunque come oggetto l’ipotesi di un corrispondente aumento, magari con la stessa impostazione in tre fasi (dunque 52, 53 e 54 centesimi). Nulla di tutto questo, però, si è concretizzato. Le associazioni agricole hanno sottolineato l’emergenza che da mesi attanaglia gli allevatori tra costi esplosivi e stalle che chiudono, evidenziando come la remunerazione dovrebbe essere ben più alta anche di quella ipotizzata (tra i 55 e i 58 centesimi al litro che, poi, è quanto molte realtà artigiane riconoscono agli allevatori). Dall’altra parte, i grandi trasformatori si sono dichiarati, in questa fase, indisponibili a muoversi dai 51 già fissati in precedenza. Una «doccia fredda» che, però, sarà oggetto di nuovi confronti anche perché il negoziato non è considerato chiuso nemmeno per il mese di luglio sul quale si spera ancora di poter intervenire. Mentre alcune associazioni meditano iniziative ed esposti di protesta. Un nuovo incontro formale non è stato ancora fissato ma le parti potrebbero rivedersi a breve.
Nel frattempo, altre misure di complemento bollono in pentola a cominciare da un’intesa con la Grande distribuzione organizzata (Gdo) per promuovere, con una scontistica efficace, i prodotti locali di alcune filiere tra cui proprio quella lattiero casearia. Come è noto in questo periodo mozzarelle e burrate vanno fortissimo, mentre le produzioni arrancano. Da cui la necessità di prezzi sostenibili per reggere la sfida dei mercati. La partita è ancora aperta.
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